10 canzoni a cui affidarsi

Scegliere un disco appena mi alzo dal letto e ascoltarmelo mentre faccio colazione. Se dovessi descrivere a parole la felicità lo farei così. Decisamente è uno dei momenti che preferisco nella mia routine quotidiana. E, confesso, qualche volta ballo pure.

L’album che scelgo la dice lunga su come mi sono svegliata e ha tutto a che vedere con l’umore della mia giornata. Quando nella mia vita c’è musica, significa di solito che sono felice (o almeno serena). Quando sono giù, la musica è la prima cosa che riesce a sollevarmi il morale.

Anche quando voglio esprimere quello che sento, mi viene più semplice farlo con una canzone. Mi piace condividere un brano con le persone a cui tengo, ad esempio.

Trovo rassicurante l’idea di avere dei pezzi a cui potermi affidare. Come questi.

 

#1- Una canzone per il buongiorno

Spegnere la sveglia, alzarsi dal letto, trascinarsi sotto la doccia. Tenere a bada l’ansia per tutto quello che se ne sta in attesa fuori dalla porta di casa. Alla mattina ci vuole un litro di caffè e qualcosa di allegro nelle orecchie. Per forza. Una canzone per dare il buongiorno dovrebbe essere sempre una canzone che ti fa tenere il tempo.

Joey Ramone – What a wonderful world (Louis Armstrong cover)

“I see skies of blue and clouds of white
The bright blessed day, the dark sacred night
And I think to myself what a wonderful world”

#2- Una canzone per gli amici

Gli amici sono una benedizione. Quelli veri, intendo. Quelli che ti capiscono con uno sguardo. Quelli con cui riesci a ridere fino alle lacrime e con cui non ti vergogni di piangere. Quelli che si ascoltano pazientemente ore ed ore di seghe mentali. Che non ti lasciano mai senza un abbraccio o col bicchiere vuoto. A loro dedicherei questa canzone:

Oasis – Wonderwall

“I said maybe
You’re gonna be the one that saves me
And after all
You’re my wonderwall”

#3- Una canzone per dichiararsi

Nessuna storia d’amore mi ha fatto sognare tanto quanto quella fra Johnny Cash e Vivian June Carter. Una storia tra strada e palcoscenico. Una storia sopravvissuta a tossicodipendenza e alcolismo, scandali e divorzi. Una storia a lieto fine, nata nel backstage di un concerto e lunga 35 anni. Per me “Ring of fire” resta la dichiarazione d’amore per eccellenza.

Johnny Cash – Ring of fire

“Love is a burnin’ thing,
And it makes a fiery ring
Bound by wild desire
I fell into a ring of fire”

#4- Una canzone per gli amori non corrisposti

Ci sono poi canzoni da mettere in loop quando si sta rosicando per un amore non corrisposto. Quello per cui ti struggi, pur sapendo benissimo che non ce n’è. Perché la persona per cui hai perso la testa sta con un altro/a, siete troppo amici, non ti caga proprio o sarcazzo. Thom Yorke ha decisamente centrato il punto.

Radiohead – Creep

“I want you to notice
When I’m not around
You’re so fuckin’ special
I wish I was special

#5- Una canzone per il sesso

Alcune canzoni sembrano fatte apposta per fare sesso. Perché sono sensuali, perché riescono ad accenderti. Sono quelle canzoni che fanno venire voglia di strapparsi i vestiti di dosso, di buttarsi dove capita e darci fino al mattino dopo. “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, per dirne una, o “You shook me all night long” degli AC/DC. E poi, ovviamente, ci sono i Doors.

The Doors – Light my fire

“Come on baby, light my fire
Come on baby, light my fire
Try to set the night on fire”

#6- Una canzone per chiudere una storia

Ognuno reagisce alla fine di una storia in modo diverso. C’è chi si prende una sbronza colossale, c’è chi cede al malsano richiamo delle canzoni per cuori infranti. O, nella peggiore delle ipotesi, c’è chi si dedica a una combo delle due cose (come faccio io). In ogni caso, se siete tra quelli che preferiscono disperarsi con lo stereo acceso, ho ascoltato poche canzoni tristi come Black. E sì, whatsapparla all’ex vi renderà abbastanza patetici.

Pearl Jam – Black

“And now my bitter hands cradle broken glass of what was everything
All the pictures have all been washed in black, tattooed everything.
All the love gone bad turned my world to black

#7- Una canzone per le botte di nostalgia

Ci sono giorni in cui si guarda la pioggia cadere attraverso il vetro e ci si sente tristi senza una vera ragione. Sono quei giorni in cui si ripensa al passato e sembra che qualcosa manchi, sempre e comunque. C’è chi è riuscito a metterlo in musica. Le botte di nostalgia hanno ispirato alcune delle mie ballad rock preferite. Una è sicuramente questa:

Skid Row – I remember you

“Remember yesterday, walking hand in hand
Love letters in the sand, I remember you
Through the sleepless nights through every endless day
I’d want to hear you say, I remember you”

#8- Una canzone per sfogare la rabbia

A tutti può capitare una giornata storta, uno di quei giorni in cui si è veramente incazzati col mondo. Quand’è così, quello che mi serve per sfogare la rabbia è uno di quei pezzi che o lo ascolti alzando il volume al massimo, o godi solo a metà. Così che possano incazzarsi un po’ anche i vicini di casa.

Rage against the machine – Killing in the name

“Fuck you, I won’t do what you tell me”

#9- Una canzone per il weekend

Poi ci sono le canzoni “da balotta”. Quei pezzi che tutti conoscono a memoria e che appena li passano per radio vanno cantati a squarciagola, che manco a San Siro. Sono quelle canzoni che continui a ballare di gusto alle serate revival. Sono i pezzi da karaoke, quelli da ascoltare in macchina prima di andare a una festa. E a volte anche dopo.

The Cure – Friday I’m in love

“Saturday wait
And Sunday always comes too late
But Friday never hesitate…”

#10- Una canzone per la buonanotte

Mi piace finire la giornata come l’ho cominciata. Ascoltando almeno una canzone. Ci sono canzoni della buonanotte talmente dolci che non ho mai avuto il coraggio di inviare a nessuno. Canzoni che ho preferito tenere per me, raccontandomi che era paura di disturbare. Forse invece era solo paura che non avrebbero suscitato la stessa emozione.

Glen Hansard feat. Eddie Vedder – Drive all night (Bruce Springsteen cover)

“I swear I’ll drive all night just to buy you some shoes
And to taste your tender charms
And I just wanna sleep tonight again in your arms ”

24/10

fullsizerender

Manchi.

Manchi da novantasei mesi, manchi da duemilanovecentoventidue giorni.

Detta così, sembra che il tempo sia trascorso ancora più lentamente. E non c’è stato giorno, in questi otto anni, in cui non ti abbia rivolto un pensiero. Che a volte, poi, non è proprio un pensiero cosciente, ma qualcosa di simile a una melodia in sottofondo.

Qualcosa che affiora grazie ad un gesto banale, ad un odore, ad una fotografia sbiadita. Ma, nel frattempo, si va avanti comunque. Si fanno scelte (o si subiscono). Si cambiano città, lavori, amori, amici. Si fanno errori e si lotta. In qualche modo, sai, si cerca di cavarsela.

Mi chiedo se saresti fiero di me, della donna che sono diventata. Probabilmente sì, per alcune cose. Per altre meno, ma sono certa che non mi avresti giudicato. Mi avresti consigliato, a modo tuo. Con quello sguardo attento di chi è sopravvissuto a una guerra. E con quegli occhi vivaci di chi è grato per le piccole cose.

Mi avresti abbracciato, di sicuro. Il tuo abbraccio mi manca fuori misura. Anche il tuo sorriso, che ti illuminava il viso quando mi vedevi. Non penso che nessun uomo potrà mai guardarmi così. Come se fossi la persona più preziosa da portare nel cuore.

Mi manca quando mi chiamavi “bella”. E dio, se mi arrabbiavo, perché ero una ragazzina piena di complessi. Ma con te mi sentivo al sicuro.

Mi manca quando mi ascoltavi per ore, come se i miei sogni fossero la cosa più importante del mondo. E poi mi spronavi a raggiungerli.

Mi mancano le partite a carte, quelle in cui mi facevi vincere.

Mi manca il tuo caffè, sempre sul fuoco. E le storie che mi raccontavi per pomeriggi interi.

Mi mancano tutti i modi che trovavi per viziarmi e farmi ridere. La tua generosità, che sei riuscito a insegnarmi.

E, soprattutto, mi manca la tua voglia di vivere, la tua ironia. Quella tua curiosità, che oggi è anche la mia. Mi manca da morire sentirti dire “Ciao, casa”, ogni volta che uscivi dalla porta. 

E allora, ancora una volta… “Ciao, Vittorio”.

Di hangover e altri disturbi

Quando parlano di uomini, le amiche possono essere tremende. Ma quando parlano di uomini e sono sbronze… Beh, è allora che a volte si rasenta la genialità. E forse non è questo il caso, ma metti una sera a cena un bicchiere di vino dopo l’altro, mettici poi un giro per locali un drink dopo l’altro, aggiungi e mescola senso dell’umorismo e cinismo. Il risultato è che si finisce per paragonare gli uomini – non tutti eh, solo alcuni “tipi di” – a comuni disturbi gastro-intestinali.

#1 – L’hangover. Non a caso, è il primo tipo che ci è venuto in mente, pensando ai postumi che avremmo avuto il giorno dopo. Una storia con un uomo-hangover è come una bella sbornia: lì per lì bevi come non ci fosse un domani, pensi di poter spaccare il mondo, ti diverti, te la godi. Ma poi la sbornia-storia si esaurisce in un attimo e tu sei l’unica a restare scombussolata. L’uomo-hangover è quello per cui il giorno dopo non hai la forza di alzarti dal letto. Quello che ti lascia lo stomaco in subbuglio, la bocca amara e un mal di testa stile martello pneumatico. Tanto che ti chiedi come hai fatto a ricascarci ancora e giuri che non toccherai mai più un goccio d’alcol in vita tua. Però sai che non è vero.

#2 – Il virus. L’uomo-virus è quello che ti lascia e ciclicamente ritorna, spesso arriva con i primi freddi. Del resto è noto che, quando l’estate finisce, le possibilità di fare nuove conquiste drasticamente calano. Tu, nel frattempo, ti sei imbottita di tachipirina, antibiotici e fermenti lattici, tanto che sei diventata la succursale della farmacia per le tue amiche con il cuore infranto. Sei andata avanti a riso in bianco e mele grattugiate, e pensi di essere più forte, di esserti finalmente fatta gli anticorpi. Eppure non c’è un cazzo da fare. Basta una giusta dose di sfiga, una serata in cui il tuo sistema immunitario è più addormentato del solito, un contatto casuale… e zac! Senza che te ne renda conto, ti sei ripresa l’uomo-virus e relativa intossicazione.

#3 – La gastrite. L’uomo-gastrite è un soggetto irritante e fastidioso. È quello che ti dà il bruciore di stomaco a forza di rotture di coglioni. È quello a cui non va mai bene niente e manda messaggi piccati per fartelo notare. L’uomo-gastrite è capace di polemizzare su ogni singola cosa che fai e parola che dici. O sul tono in cui la dici. O sul perché l’hai detta. Ti sfinisce fino alla nausea, una goccia alla volta. È quello che non ci sono antiacidi che tengano, continuerà a toglierti l’appetito prima di qualsiasi abbuffata degna di nota. Prima di un’uscita coi tuoi amici, la sera del tuo compleanno, a Natale. Persino il giorno del vostro anniversario, se ancora non sei riuscita a curarti per bene.

#disagio

Non sei tu il problema, sono io

Attenzione. Questo non è un articolo motivazionale. Se quello che vi serve è un articolo motivazionale, vi suggerisco di fare un giro su Facebook o di leggere l’Huffington Post. Ce ne sono a volontà (e lo so perché me li sono letti quasi tutti).

Detto questo, entriamo subito in argomento. Può capitare che ci sia un momento, nel corso di una relazione, in cui una delle due parti sostiene di avere bisogno di allontanarsi per fare i conti con se stessa. Spesso è un modo non particolarmente coraggioso di chiudere una storia: l’allontanamento graduale è di solito meno drammatico e ha l’indubbio vantaggio di tenersi comunque una porta aperta (e lo so perché l’ho fatto anch’io).

Tuttavia – dal momento che per natura sono ottimista e ho la tendenza (non sempre salutare) a dare fiducia alle persone – ammettiamo pure che ci siano alcune fasi della vita in cui è necessario fermarsi un attimo e riflettere in solitudine, per recuperare il proprio equilibrio. Mettiamo che non sia necessariamente una cazzata (e lo so perché pure questo l’ho fatto anch’io).

Non importa se la relazione dura da un mese o da dieci anni. Quando qualcuno decide di prendersi una pausa da noi, fa comunque male. E sentirsi dire: “Non sei tu il problema, sono io”,  anche se può essere vero, generalmente non è di nessun aiuto. Nemmeno le amicizie sono di grande aiuto in queste situazioni. Di solito gli amici si dividono in due fazioni, quella del “Lasciagli/le tempo, tornerà” e quella del “Ma mandalo/a a ‘fanculo!”, aggiungendo confusione alla confusione.

La verità è che mettere una storia in stand-by spesso è più difficile che voltare pagina. I pezzi non collimano mai. Le paranoie aumentano, l’autostima vacilla. I contorni sfumano e cominciamo a muoverci in un territorio incerto, in cui qualsiasi passo diventa un dilemma. Il che può più o meno minare la nostra sanità mentale (se sei donna, sicuramente più). Dopo attenta riflessione, ho messo sul podio le domande che è meglio evitare di farsi in questi casi.

#1 – Aspetto o non aspetto?

Partiamo da un presupposto, ok? La vita è breve e ci sono tragedie di gran lunga peggiori rispetto all’essere scaricati (perché, diciamocelo francamente, di base siamo stati scaricati). Quando qualcuno parla di aspettare qualcun altro (che magari manco ce l’ha chiesto), mi viene in mente Raperonzolo, chiusa nella torre in attesa del Principe. Il che è un po’ triste. D’altra parte, i fan di Raperonzolo potrebbero dire che se tieni davvero a qualcuno, gli dai tempo. E quindi? E quindi, teniamo pronta la treccia per ogni evenienza, ma togliamoci dalla finestra. Che non esiste nessuno per cui valga la pena chiudersi in casa a guardare Grey’s Anatomy. Fare serata con gli amici è meglio. Conoscere persone nuove è meglio. Circondarsi di persone positive è meglio. Trovarsi un cazzo di hobby è meglio. Sono convinta che, se non ci si ferma, il resto (qualsiasi esso sia) verrà da sé.

#2 – Per quanto tempo è giusto aspettare?

Abbiamo deciso di tenere pronta la treccia (senza restare alla finestra, mi auguro). La domanda #2 è la logica conseguenza, ma già di per sé è una stronzata. Nel senso che non è possibile stabilire a priori quanto tempo dovrà passare tra il “Sono ancora qui” e il “Fottesega”. E anche se ad un certo punto ci imponessimo di intraprendere la strada del “Fottesega”, pure questa è una stronzata. Perché, se ci teniamo ancora e lui/lei torna, ce lo/la riprendiamo eccome. Sembra una sega mentale (e forse un po’ lo è), ma la verità è che solo il tempo ci dirà per quanto tempo è giusto aspettare. Oltretutto, esiste sempre una scusa valida per non rispettare le scadenze che ci siamo dati.

#3 – Lo/la cerco o non lo/la cerco?

Dovrebbe essere una domanda retorica. Voglio dire, se qualcuno ha scelto di allontanarsi, non cercarlo mi pare il minimo sindacale. Quanto meno per una questione di rispetto nei confronti di entrambi (e un po’ anche d’orgoglio). Poi lo so, è più facile a dirsi che a farsi. Di solito quello che frega è l’abitudine. A vedersi, a sentirsi. La necessità di mantenere il contatto, per gestire in qualche modo la sindrome da abbandono. Poi ci sono quelli come me. Quelli che devono analizzare i propri sentimenti fino alla nausea. Quelli che le loro emozioni le devono sbattere in faccia per forza. Quelli che devono sentire di aver detto tutto, fatto di tutto, prima di mettere un punto.

Comunque, prima o poi uno se ne fa una ragione, perché rincorrere qualcuno che non vuole essere rincorso è un inutile spreco di energie e non cambierà la situazione. Anzi, spesso è controproducente. Se qualcuno ti vuole, lo sa. Se qualcuno sceglie di esserci, resta. Se a qualcuno manchi, ti cerca. E fa di tutto per riprenderti. Se sarà troppo tardi, il problema non sarà in ogni caso più tuo. Non c’è proprio niente di complicato.

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Se capisci, le cose sono così come sono.
Se non capisci, le cose sono così come sono.
(Proverbio Zen)

 

 

 

Così va la vita

C’era da aspettarselo che prima o poi sarebbe successo. Perché funziona così, le cose capitano e basta. E ogni volta sembra tanto dannatamente semplice, che ti chiedi come hai fatto a credere che non avresti più incontrato nessuno lungo la strada. Magari sorridi pure, pensando al futuro da “gattara” che ti eri immaginata. Che i gatti sono adorabili, per carità, però… Meglio così, va’.

Quindi ecco come funziona. Un pomeriggio d’agosto chiami l’unico amico rimasto in città.

“Ehilà…  Che si fa oggi? Andiamo al mare?”
“Mah… siamo solo noi due?”
“Sì, S. ha tirato pacco. Oh, ma io posso prendere la macchina… se ti va, andiamo.”
“A te va? Ci sarebbe una festa a Marina…”
“Hmmm… se no che facciamo a Bologna stasera?”
“Dai, ok. Alle quattro partiamo. E poi lì ci sono M. e gli altri…”

Ti alzi dal letto, ti fai un caffè, ti vesti in fretta e furia e butti un telo nello zaino. Pure la crema protezione 30 (che anche se arrivi in spiaggia alle sei di pomeriggio non si sa mai) e le carte da Uno… Attraversi i viali deserti, domandandoti a semafori alterni se non faresti meglio a restare a casa. Che magari il tizio che non ti caga da una settimana potrebbe farsi vivo proprio stasera… e tu che gli dici? Che sei andata al mare? Ma sì, così si sveglia.

Carichi il tuo amico, ti infili in autostrada, ovviamente ti perdi, arrivi a Marina di Ravenna. E poi… Ti diverti. Punto. Spritz, vino, amaro, mojito. Aperitivo, cena, chiacchiere, risate. Musica, quella che ti piace. E allora balli che non te ne frega un cazzo. Balli con una tizia che hai appena conosciuto. Balli sul fratello sfigato di un cubo. Sei sbronza, ma ti senti viva. Lui è lì, davanti a te. E non puoi più fare finta che non l’hai notato, che non ti ha colpito. Lui è lì e vi baciate. Fine… Non c’era proprio niente di complicato.

“Così va la vita”, diceva Billy Pilgrim in Mattatoio n.5.

“Così va la vita”, ti dice il tuo amico, “Pensa se avessimo deciso di non andare!”. Sai che ha ragione, che ogni lasciata è persa. E finalmente arriva quel momento in cui scegli. Scegli di buttarti, di abbassare un po’ la guardia. Scegli di vivertela, anche se a volte hai paura. Perché senti che stare tra le sue braccia ti emoziona e scopri che sei meno disincantata e più romantica di quanto pensassi. Non servono strategie. Tranquilla, puoi essere te stessa. Non c’è niente di più liberatorio.

E quindi, cazzo, ci provi. Anche se non sai come andrà a finire. Se durerà un giorno, una settimana, un anno… o boh. Durerà finché avrete entrambi voglia di farla durare. Che tanto, si sa, i piani non funzionano mai e poche cose vanno come ci si aspetta che vadano. Alla fine l’unica cosa che conta, quella che conta davvero, è se vi viene voglia di sorridere ogni volta che vi guardate negli occhi.

Esperimenti sociologici

A vent’anni mi piacevano i primi appuntamenti. A vent’anni riuscivo a godermi ogni singolo sfarfallio nello stomaco. Istanti fatti di battiti accelerati e di dita che arrotolavano i capelli, perché quando mi emozionavo non sapevo mai dove tenere le mani… Se poi non funzionava, pazienza. A vent’anni non mi facevo troppe domande, al limite ci facevo sopra una risata con le amiche. Adesso pure, ma è diverso. Adesso, più che un appuntamento, uscire con un uomo è una specie di esperimento sociologico. E no, non sto esagerando. E no, non è nemmeno questione di essere troppo selettiva. Adesso l’unica cosa che potrebbe farmi balzare il cuore in gola è la paura di essere incappata in uno psicopatico. Nel variegato repertorio di tipi umani con cui mi è capitato di avere a che fare, ecco quelli che mi sono rimasti più impressi.

#1 – Lo sfasciato. Arriva all’appuntamento quasi incapace di intendere e volere. Forse i suoi amici (invidiosi!) hanno cercato di sabotare il nostro incontro a botte di Negroni. Forse è tenacemente convinto che – come a 15 anni – sballarsi “faccia figo”. Fatto sta che a malapena si regge in piedi. Se l’incerto incedere nel venirmi incontro poteva dare adito a qualche dubbio (Si sarà azzoppato giocando a softball? Sarà caduto dal palco facendo crowd surfing?), l’inconfondibile odore di gin nel suo alito me li toglie tutti. La mossa migliore sarebbe andarsene immediatamente, simulando un malore improvviso o un’emergenza familiare. Invece no: il mio lato masochista mi impone di restare. E quindi rimango lì seduta, con un sorriso di circostanza stampato in faccia, mentre la serata penosamente degenera. Il tizio, infatti, mica smette di bere, anzi. Continua a buttare giù un cocktail dopo l’altro, fino a perdere parola, equilibrio, chiavi di casa e dignità. Roba da lasciarlo agonizzare sul marciapiede.

#2 – Il disperato. Sulle prime sembra un tipo a posto. Carino, pure. Senso dell’umorismo, interessi in comune e tutto il resto. Chissà come mai è single, mi chiedo. Poi la risposta arriva, arriva eccome. Dice di soffrire ancora per la sua ex, ma gli basta mezz’ora con me per realizzare che sono la donna della sua vita (perché anche a me piacciono i Cure e il sushi?!). Dopo due ore vuole assolutamente presentarmi i suoi amici e invitarmi a pranzo dai suoi. La domenica. Un’altra ora e mi propone un paio di posti dove andare in vacanza insieme. A fine serata, mentre mi guarda imbambolato, in realtà sta pensando al nome per i nostri (… sì, plurale) bambini. Quando comincia a parlare come Ned Flanders nei Simpson (perbaccolindindina!), capisco che è ora di levare le tende. E qui tocchiamo l’apice. Perché, per salutarmi, mi butta le braccia al collo stile orsetto del cuore e mi riempie di bacini appiccicaticci (non alla francese, per dimostrarmi che non cerca un’avventura). Con gli ormoni ormai in caduta libera, butto lì un: “Allora ci sentiamo, eh” e sparisco. Sparisco, letteralmente. Cancello il numero, non rispondo al telefono o ai messaggi. A proposito, è riuscito a battere il record segnato da mia madre nel ’98, la prima volta che sono rientrata alle 6 di mattina. Il fatto è che il disperato non sa stare da solo. Il disperato non vuole te, vuole una donna. Una a caso.

#3 – Il bugiardo. Da bambini ci hanno raccontato che le bugie hanno le gambe corte. Che mentire ci avrebbe fatto crescere il naso, come a Pinocchio. Magari. Pensate quanto sarebbe semplice capire chi ci sta mentendo spudoratamente. Immaginate, ad esempio, che il vostro cavaliere, con lo sguardo perso nel suo Martini, spergiuri di essere single… E ZAC! il naso si allunga di un paio di centimetri e infilza l’oliva. Invece no. Tocca affidare tutto all’istinto, che – si sa – 9 volte su 10 non ci azzecca proprio. Con l’esperienza, però, qualche trucco si impara. E quindi mi accorgo, dopo un quarto d’ora di piacevoli chiacchiere, che ha il segno della fede. Tanto per dirne una. Smascherato, corregge il tiro: “Sono quasi single, il mio matrimonio è al capolinea” (ma lei lo sa?). Finalmente capisco perché si faceva sentire rigorosamente in orario da ufficio: 9-18 e mai nel weekend. Comunque, a questo punto mi è scesa. Nemmeno se si trasformasse in un razzo missile per recuperarmi la luna e usarla come vassoio, gli concederei un secondo giro. Il conto, grazie. Scelta saggia. Anche perché il sabato successivo lo incontro in via Rizzoli mano nella mano con sua moglie. E due cazzo di bambine perfette, con i boccoli alla Shirley Temple. Ah, e pure uno Scotch Collie.

#4 – Il bipolare. Mi cerca lui, mi scrive su Facebook. Abbiamo qualche amico in comune, ma rispondo senza sbottonarmi troppo (datemi torto, visti i precedenti). Inizia un lungo scambio epistolare via Messenger, al termine del quale il tipo mi ha quasi convinta. Quando mi propone di uscire, dico di sì. Dopo mezz’ora mi scrive di nuovo. Per dirmi che, pensandoci meglio, incontrarsi non è una buona idea: lui non è quello che sto cercando (come fa a sapere cosa sto cercando, dato che a momenti non lo so manco io, rimane un mistero). Comunque OK. Il giorno dopo mi scrive di nuovo, di prima mattina. Si scusa, mi riempie di complimenti. Altro scambio epistolare, altra proposta di uscita. Accetto anche stavolta, perché a questo punto è scattata la curiosità. Mi scrive nel pomeriggio, dicendo che ci ha ripensato e non se la sente di vedermi. Gli rispondo che ha ragione, è meglio così. Perché in effetti, quando un appuntamento va storto, ho la tendenza a trasformarmi nella Malvagia Strega dell’Ovest. Ma siccome non c’è due senza tre, il giorno seguente mi chiede di nuovo di uscire. Alla fine ci incontriamo e così ne ho la conferma: è davvero bipolare. Non indeciso, proprio bipolare. Ha anche due voci diverse, non sto scherzando. Una stridula e fastidiosa, che usa per dire il contrario di quello che ha detto prima, con il timbro normale. E un trilione di tic. Gli ho scatenato contro il mio esercito di scimmie volanti.

#5 – Il principe azzurro. Appena lo vedo, è colpo di fulmine. Questo è bello, ma bello forte. Non una di quelle bellezze scontate e insulse, no. Ha uno sguardo magnetico, due occhi che inchiodano al muro. Poi la voce. La sua voce mi fa sciogliere. È una di quelle voci piene e profonde alla Johnny Cash, che trasudano testosterone. E, a parte questo, non dice una sola cosa banale in tutta la sera, potrei parlarci per ore senza annoiarmi. Di musica, di letteratura… del senso della vita. È intelligente, spiritoso, ironico. Il primo appuntamento è semplicemente perfetto, niente da dire. Tutto va esattamente come ho sempre sognato. Quando mi riaccompagna a casa, mi bacia sulla porta, che manco Rhett Buthler con Rossella O’Hara. Lo so che non si deve andare a letto con qualcuno al primo appuntamento, ma a quel punto mi ha talmente arrapata, che qualsiasi regola va a farsi benedire. E, che ve lo dico a fare, il sesso con lui è incredibile. Vi vedo, lì con le orecchie tese, in attesa di sentire che il giorno dopo si è fatto di nebbia e che voleva solo portarmi a letto. Invece no. Perché vuole andare oltre, non c’è nessuna fidanzata nascosta. Perché mi vuole e il giorno dopo mi richiama. E anche quello dopo ancora. In effetti, ci stiamo frequentando. Nessuna pressione, però. Non ha paura di impegnarsi con me, ma non è soffocante. C’è sempre, ma ha capito che ho i miei tempi. E… No, niente. Questo qui ovviamente me lo sono inventato. Sveglia, il principe azzurro non esiste.

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Una telefonata ci stupirà

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No, ragazzi. Non ci siamo proprio. Ok, i tempi sono cambiati e le donne sono più libere, indipendenti, sfrontate a volte. Eppure vi assicuro che un minimo di galanteria male non fa. Sfido chiunque a trovare una ragazza che non pensi sia eccitante essere conquistata. Il corteggiamento, invece, sembra sia ormai in disuso. Una cosa superflua, antiquata, poco virile. Nessuna si aspetta che, come Richard Gere, vi arrampichiate su una scala antincendio con un mazzo di rose tra i denti, per dichiarare il vostro amore. Ma alcune di noi sono cresciute guardando Pretty woman o Dirty dancing, perciò forse è il caso di ripassare un po’ le basi.

#1 – Lo smartphone si può usare anche per chiamare

Ebbene sì. Lo smartphone non serve solo per mandare messaggi, whatsppare, aggiungere su facebook, mettere like su instagram, taggare nei selfie. Dalla rubrica del vostro cellulare potete addirittura recuperare il numero della ragazza che vi interessa e farle una telefonata. E il bello è che non serve nemmeno un telefono ultimo modello per parlarle, andrebbe bene persino il vecchio 3210. Perché la telefonata? Perché essere chiamate dalla persona che ci piace è emozionante. Perché sentire il suono della voce, l’intonazione, la risata è un’altra cosa. Perché durante una conversazione non si può scrivere e cancellare, le risposte sono più spontanee. E poi, ovviamente, perché ormai non chiama più nessuno, quindi una telefonata ci stupirà.

#2 – Ci piace essere cercate

A volte, se non ci facciamo vive, non è perché ce la stiamo tirando. Mettiamola così: per quanto ci prudano le mani, per quanto moriamo dalla voglia di farci sentire, a volte abbiamo bisogno di mettervi alla prova. Perché ci piace essere cercate. Ma anche perché, in tante occasioni, siamo state noi a cercare per prime e non ci è andata bene. Perché con il tempo ci siamo convinte che, se qualcuno ci vuole davvero, si fa sentire. Che, se non lo fa, è perché non gliene frega niente. Perché, per quanto per noi possa essere stata indimenticabile una serata trascorsa in vostra compagnia, una fastidiosa vocina continua a ripeterci che potremmo essere solo una delle tante. Chi fugge in amore non vince sempre, ma spesso seleziona meglio.

#3 – I piccoli gesti contano, eccome

Una volta sono uscita con un ragazzo. Mi è venuto a prendere sotto casa. Quando mi ha visto arrivare, è sceso dalla macchina e si è diretto verso il posto del passeggero. Gli ho chiesto, ridendo, se voleva che guidassi io (pensavo mi prendesse in giro, dato che guido malissimo). Lui invece, tutto serio, ha aperto lo sportello per farmi salire. Mi ha aperto lo sportello e io mi sono sciolta. Salendo in macchina, ho pensato che di uno così avrei potuto innamorarmi. Sarà che i piccoli gesti mi hanno sempre colpita più delle belle parole, ma trovo sexy un uomo che ti precede e tiene aperta la porta per farti entrare in un locale, un uomo che durante la cena ti versa il vino o che ti offre il braccio mentre passeggiate. E niente, forse sono nata nell’epoca sbagliata.

#4 – Anche le sorprese contano

Con le sorprese ho un problema. Mi piacciono tantissimo, ma il più delle volte le indovino prima. A maggior ragione, quindi, apprezzo qualcuno che sappia sorprendermi. Ci sono infiniti modi, basta usare un po’ la fantasia. Farsi trovare al binario del treno, per dirne una semplice. Invitarci a cena, con tanto di candele sul tavolo (sempre se siete in grado di cucinare senza avvelenarci). Organizzare una caccia al tesoro per farci un regalo. Scegliere un posto diverso dal solito per un appuntamento. Non c’è nulla di più emozionante che uscire pensando di andare a bere qualcosa, come tutte le altre volte, e ritrovarsi in spiaggia a guardare le stelle o sedute su un prato a cantare a squarciagola.

#5 – Qualcuna i fiori li apprezza ancora

Onestamente, a me i fiori non hanno mai fatto impazzire. Non tutti almeno. Le rose le trovo scontate e inflazionate. Mi piacciono invece le margherite e i girasoli. Comunque, il punto è un altro: regalare un fiore (o un mazzo di fiori) ogni tanto è un gesto gentile e romantico. I fiori sono colorati, sono profumati, mettono allegria solo a guardarli. Lo so che non si usa più, che è già tanto se si regala la mimosa alla propria madre l’8 marzo. Lo so che regalare fiori è diventata una cosa talmente fuori moda da sentirsi ridicoli al solo pensiero di mettere piede dal fioraio. Figuriamoci dover girare per strada con in mano un bouquet. Eppure una donna che ha appena ricevuto un mazzo di fiori, diciamocelo, sotto sotto ci fa un po’ invidia.

#6 – I complimenti fanno sempre piacere

Non sono mai riuscita a capire che problema abbiano gli uomini con i complimenti. La maggior parte degli uomini che ho conosciuto io non li sa ricevere. Si imbarazza, quando basterebbe un semplice “Grazie”. Ma il vero dramma è che spesso non li sa neanche fare. Quelli più audaci si lanciano in un “Sei bella”. “Sei bellissima”, se proprio li abbiamo colpiti. Che non è male a priori, per carità. Però rendetevi conto che state liquidando in due parole un’ora a cercare il vestito giusto per uscire con voi, dai 30 ai 45 minuti per truccarci, altrettanto per sistemare i capelli. Ecco perché ai “Sei bella” io preferisco qualcosa come “Stai molto bene pettinata così”, piuttosto che “Questi jeans ti fanno davvero un bel culo”. “Sei bella” si può dire a qualsiasi donna, le parole sono sempre le stesse. I complimenti che fanno piacere sono quelli che davvero sentiamo come rivolti a noi. E quando ci si sente apprezzate, di solito, è molto più semplice lasciarsi andare.

#7 – Imparate a parlare con noi

Per qualsiasi donna il dialogo è importante. L’attrazione fisica non basta quasi mai, se non scatta una buona intesa a livello mentale. Citando Bukowsky, “Non cercare di sedurre il mio corpo, ma la mia mente”: ecco, l’idea è proprio quella. Perciò imparate a conversare con la persona che avete davanti, rendetevi interessanti ai suoi occhi, intrigatela, fatevi apprezzare per quello che pensate. Non sto dicendo che dovete parlare di astrofisica o di filosofia: basta che parliate di voi. E poi ascoltateci, lasciateci raccontare, cercate di capirci prima ancora di desiderarci. Che sia un’avventura di una sera o l’inizio di una relazione, ricordatevi che i preliminari per noi cominciano dal momento in cui aprite bocca per la prima volta.

#8 – Offrire un drink è buona educazione

Mi sento in imbarazzo quando qualcuno vuole offrirmi da bere. Non so perché, sono fatta così. Sono più per pagare un giro a testa, ecco. Però col tempo mi sono resa conto che, quando un uomo ci chiede di uscire e non ci offre nemmeno un drink, la cosa è un po’ triste. Pagarci da bere è solo buona educazione. Qualcosa che in fondo ci aspettiamo, una delle poche norme del galateo che pensiamo sia sopravvissuta nel cromosoma Y. Perciò, anche se stiamo cercando disperatamente di raggiungere la cassa prima di voi, insistete. Per quanto siate fermi sostenitori della parità tra i sessi, tirare fuori il portafoglio per una volta non vi causerà crisi epilettiche.

#9 – Potete accompagnarci a casa anche senza entrare

Non lo ammetteremo mai, ma un uomo che ci scorta fino alla soglia di casa fa una bella impressione. Forse perché suona tanto come un “Potrei prendermi cura di te”. Anche se non vi abbiamo invitati a venire da noi, anche se non vi chiederemo di salire. Anche se nelle restanti 364 sere dell’anno ci siamo abituate a rientrare da sole. L’uomo che ci riaccompagna a casa e aspetta che la porta si chiuda alle nostre spalle, non importa se l’abbiamo salutato con bacio o con un semplice “Ciao”, ci fa ricordare che è una bella sensazione sentirsi protette.

#10 – A volte un solo appuntamento non basta

E, tornando al semplice “Ciao”, mi sembra opportuno ribadire il concetto che qualche volta un solo appuntamento non basta. C’è chi al primo appuntamento non bacia per principio, chi non lo fa per timidezza. C’è chi è stata ferita talmente tante volte che ha bisogno anche di un secondo, terzo, quarto appuntamento. Quanto siamo disposte a concedervi di noi e quando, dipende da un insieme di fattori che va ben al di là dell’attrazione e di quanto sia stata piacevole la serata. Non offendetevi. Se ci tenete, continuate a cercarci. Se non ci interessate poi così tanto, lo capirete in fretta.